Dove quest’uomo non è mai giunto prima

C’è voluto tanto tempo, ma è finalmente finita.

L’università, dico. È finita. Stop, kaputt, basta. Cinque anni passati sommerso da libri, appunti, preoccupazioni: andati così, con un certificato e il benservito dalla mia Alma. Con un foglio di carta, sarebbe a dire, e la prospettiva di poterlo apprendere su qualche bel muro, nella propria stanzetta, vicino al diploma di maturità, sopra alla collezione di libri di fantascienza.

Un bel foglio. In falsa cartapecora, ornato e firmato e controfirmato. Con un numeretto a tre cifre.

Più o meno lo stesso numero di cifre che per un po’ di tempo si leggeranno sugli assegni, certo, ma comunque un numero soddisfacente. Magari il corso non era proprio quello che si era sognato, quando ancora si stava in classe dieci anni fa, a prendere appunti su Aristofane e a sbagliare le equazioni di secondo grado, ma è pur sempre qualcosa.

Sì, un bel foglio. Che vale pur sempre qualcosa.

Un primo impiego come apprendista, un biglietto per il mondo del lavoro, quello vero, una prova inconfutabile che si è pronti per quell’universo. Sono sette estati che si lavora, ma quelle non contano (che poi, i veri lavoratori già in università lavoravano, e poco importa molti siano ancora lì, perché tanto lavoratori sono). Contano i mesi che verranno, i soldi che si metteranno via, i progetti che si faranno con il proprio partner, o con un partner immaginato. Si pensa di spendere il primo stipendio in sfizi, e mettere via tutti quelli successivi. Per il futuro.

Il futuro, che si può immaginare solo vagamente, che è a momenti luminoso e orrido il resto del tempo. Che è un salto nel vuoto.

Ecco, il foglio vale sempre qualcosa. Vale un salto nel vuoto, una prova di coraggio.

Non è una cosa negativa. È necessaria, anzi: sfumata l’epoca in cui si diventava adulti con una notte tra le belve, è arrivata quella in cui il rito d’iniziazione della gente comune si è declinato in cinque anni di dolorosa concentrazione e una stretta di mano da un Magnifico qualunque. È anche meglio, se si pensa al fatto che non ci sono più né lupi, né orsi, né demoni nella foresta.

Dicevo, stringere quella mano è una cosa necessaria, ed io l’ho stretta bene. Mi ci sono proprio prestato. Come fa un ometto vero.

È finita, sì. Forse però con l’amaro in bocca. Sarà capitato anche a voi, laureati, di guardare quel distinto signore diritto negli occhi, mentre vi tasta il palmo. Qualcuno sarà stato anche contento, penso (eh sì, è il giorno della laurea, giorno importante, notte di polizia…), ma qualcun altro lo avrà visto bene, nei suoi occhi, quel luccichio. Il lumino, la torcia che viene a prenderti dopo che hai dormito col lupo per tutto questo tempo. La scintilla della finzione, che ti ricorda come quelle belve selvagge non sono mai venute a prendere né te, né nessun altro, da tanto tempo.

Un uomo è tale se lo dice un pezzo di carta. Ecco il lumicino.

A quel punto, sarà capitato ai più smaliziati di smorfiare un po’ a quella bugia. E questo è il segno che la maturità era arrivata molto tempo prima di quello che si pensava. Ed è il segno che i tempi sono cambiati. Che non ci sono più né lupi, né orsi, né demoni nella foresta. Chi lo sa, fa già parte di un mondo nuovo. Gli altri, non lo sapranno mai.

Tutto questo mi ricorda, o forse mi è ispirato da, certe righe con cui Alfred Bester inizia il suo Destinazione stelle:

«This was a Golden Age, a time of high adventure, rich living and hard dying… but nobody thought so.» […]

«All the habitable worlds of the solar system were occupied. Three planets and eight satellites and eleven million million people swarmed in one of the most exciting ages ever known, yet minds still yearned for other times, as always.»

As always, come sempre.

È un inizio nuovo anche per me, questo. Ho aperto un blog. Che ci crediate o meno, questo già mi rende parte di quella nicchia di privilegiati che possono dire di essere in qualche modo diversi dal gran grosso dei milioni d’italiani qui in giro (sport popolarissimo, questo di dirsi diversi, con all’attivo molti dilettanti e pochi strapagati professionisti). Cosa ci metterò, non lo so proprio, anche perché non credo al vecchio adagio blogghesco: “scegliti la tua comfort zone, scegliti il tuo pubblico, e aspetta”. Anche se ci credessi, non lo seguirei, questo proverbio nuovo, perché sarei più a mio agio a dire la mia, piuttosto che a dire alla gente quello che si vuole sentir dire (cosa che, noterete, dicono tutti).

Magari politica, che fa sempre figo. Magari qualche racconto, finché non troverò un altro hobby.

Magari quello che mi viene in mente dopo aver buttato lì un titolo. Anche quello funziona.

Per adesso, in questa nuova epoca d’oro e in questa nuova era di avventure, mi guarderò un po’ in giro.

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