Verità, rumore e pali della luce

C’è stata una volta in cui ho creduto di provare fortissimi legami affettivi per un palo della luce.

Non giudicatemi.

Io ho amato profondamente quel palo.

Colpa della giovinezza.

Siamo stati tutti Giovani, no?

Giovani senza regole, ingenui, affascinati dalla bellezza luccicante dei filamenti di tungsteno. Giovani che vagano in una notte soffusa e senza luna, che non permette di veder bene attraverso le nuvole basse, attraverso la nebbia densa della propria sbornia.

Sono sicuro sarà capitato anche a voi, qualche volta, di fare lo stesso.

Non dico provare amore fraterno (e fraterno solamente, sia ben chiaro) per quello specifico palo di quella specifica via di quella specifica città che, mi perdonerete l’imprecisione, preferisco non ricordare.

Dicevo, sarà capitato anche a voi di farvi accecare dall’emozione.

Poco importa se quell’emozione fosse giustificata da un avvenimento importante, dall’inconscio o se fosse emersa in tutto e per tutto dal collo di una bottiglia (o da dodici).

Tutti abbiamo il ricordo di qualche volta in cui abbiamo ceduto. Magari non ne andiamo particolarmente fieri, ma sono ricordi con cui dobbiamo imparare a convivere, se già non ci ha costretto a farlo quanto è accaduto in loro conseguenza. Errare humanum est, si diceva: errare è umano, è cosa nostra, e qui no, non c’è proprio pericolo di sbagliarsi.

E dato che siamo tutti esseri umani, su questa pagina (non me ne vogliano i bot di Google), in qualche modo siamo già tutti in grado di capirci.

Lo so, lo so. Non è proprio cosa ovvia, quest’ultima. Come gli errori, gli equivoci sono parte del nostro essere, e non sono in sé niente di particolarmente alieno, proprio come non lo sono il ragionare, il sentire, o anche il semplice respirare. Per chi é dotato del ben dell’intelletto, citando uno che la sapeva più di me, e che dunque ha avuto la possibilità di formarsi almeno una parvenza di senso critico, prendere pali della luce per vecchie conoscenze rappresenta l’occasionale – ma sicura – conferma che qualche volta abbiamo bisogno di mettere in dubbio la nostra capacità di distinguere il vero dal falso, e nel falso ciò che è menzogna da ciò che è semplicemente finzione. Un certo dire, in particolare, è menzognero quando corrisponde ad un falso creato per depistare e che noi diamo per vero fino a quando non riusciamo a trovare un modo per sbugiardare coloro che hanno provato a venderci del fumo. È finto, invece, quando la verità manifestataci non corrisponde ad un Vero maiuscolo, ma a un vero qualunquemente tale perché condiviso, socialmente apprezzato, corrispondente (perdonatemi il greco non richiesto) all’ethos di un popolo o di una qualsiasi cerchia sociale, per quanto piccola sia.

Non si tratta di definizioni mie, beninteso.

Sono del tutto al corrente che, in quanto blogger (e blogger non sorvegliato dalla SIAE, in particolare), sarei dispensato dal dirvelo, però non credo sia giusto appropriarmi delle buone idee di qualcun altro.

Del resto, essere un bugiardo è difficile. Richiede anzitutto molta fantasia: la bugia malfatta non va lontano e si nota subito, ha cioè gambe corte e naso lungo, e non tutti possono permettersi di allenare i polpacci o di farsi scolpire la proboscide senza degenerare in qualcosa di eccessivamente grottesco, per quanto lo desiderino. Non solo, ma mentire richiede costanza e pazienza. La bugia che si rispetti pretende sempre di essere seguita da prove che a loro volta dovranno essere artefatte, e domanda continue attenzioni, anche nei momenti che non ci aspetteremmo. Quel che è peggio, è che la bugia alla lunga diventa ingestibile e, se lasciata a sé stessa, arriva inevitabilmente a un punto in cui ne diventano almeno discutibili alcuni aspetti, specialmente se la bugia in questione non era abbastanza grossa da cavarsela da sola.  Se poi quella bugia non era nemmeno pianificata, spesso è necessaria anche un certo tipo di maturità tutta sua, una sorta di maturità col senno di poi,”di ripego” diciamo, per non finire male.

A ben vedere, ogni bugia è in effetti come un figlio in più. E, come nella vita reale, tanti figli richiedono tante risorse, tanto tempo e tanta buona (o, in questo caso, cattiva) volontà.

La finzione, invece, è ben altra cosa.

La finzione non richiede sforzo per essere svelata. Spesso, al contrario, la finzione è ben saputa e riconoscibile, ed è tacitamente accettata. Quando entriamo in un cinema e guardiamo uno schermo, così come quando andiamo a teatro o leggiamo un libro o videogiochiamo, sappiamo di essere di fronte a qualcosa del tutto irreale. Eppure, accettiamo la rappresentazione del finto così com’è, senza criticarla in quanto rappresentazione.

Ma il finto non è solo fiction (guardacaso). Sono finte per loro natura, ad esempio, le “verità processuali“: come un qualsiasi avvocato sconfitto potrà confermarvi, quanto deciso da un giudice corrisponde alla realtà solo nel limite in cui il processo lo consente, e nessuno si sognerebbe di dire il contrario (è il motivo, questo, per cui non sono puniti i magistrati che emettono sentenze sbagliate, fuori dai casi in cui ci abbiano messo del loro per dolo o incapacità in senso stretto). Sono finte anche le costituzioni, le ideologie, l’etica religiosa e la morale pubblica, per il semplice motivo che rappresentano uno stato di cose (più o meno) desiderabili, e non realmente esistenti. Parafrasando le parole di un certo signore inglese: posso dire che sarebbe meglio che le cose stessero in un certo modo, ma la realtà è ben altra cosa.

In ultimo, è finzione anche l’informazione. O per meglio dire, è finzione la realtà che si materializza per merito del giornalismo, sia esso cartaceo, telematico o televisivo. Ora, prima che chi di voi pubblica alternando una colonna su Repubblica e un quadretto di commento su Internazionale, e che dunque è naturale sia ostico al concetto, mi spiego meglio: esiste una realtà vera, che corrisponde alle cose come sono, e una realtà finta, generata dalla vicenda così come è raccontata, che è in buona parte storytelling, e sarebbe a dire cara e vecchia narrativa e volontaria sospensione dell’incredulità.

Il guaio è che costruire una finzione giornalistica senza criterio comporta inevitabilmente far entrare il povero lettore nelle logiche più perverse del giornalismo stesso. Il risultato, è che i comportamenti che riteniamo essere un grave problema sono in realtà in controtendenza rispetto alla media dei paesi occidentali, mentre gli italiani sono maleinformati persino su loro stessi.

Tutte cose che, ribadisco, non sono farina del mio sacco, ma sono state ben documentate da persone autorevoli, quale io non sono di certo.

Del resto, non ho proprio intenzione di plagiare nessuno, anche perché mi risulta molto più semplice rimandare tutta la responsabilità di quel che si dice a terze persone: come è loro l’idea, loro anche le critiche che quell’idea potrà scatenare. E dopotutto, se affermassi il contrario, cioè che si tratta di roba mia, direi una bugia, e abbiamo già appurato come una cosa del genere porti più fatica che no. Non voletemene, son troppo giovane per avere un figlio così bisognoso.

Eppure, pare che in giro ci sia gente più volenterosa di me. Gente che si affatica il più possibile per prendere pochi dati isolati e restituirceli nel modo più distorto possibile, e cioè nel modo che risulta comodo a creare, ad alimentare o a mantenere un’idea collettiva che ben poco ha da spartire con quanto realmente sta accadendo. E questa, come saprete meglio di me, è la tanto blasonata disinformazione.

Ora, io non voglio parlarvi di questo. Non voglio farlo perché sull’argomento, quando riferito alla nostra stampa, si potrebbe dire tutto e il contrario di tutto. Voglio invece concentrarmi su una certa notizia, passata da noi abbastanza in sordina, e che è stata comunque letta nel modo più sbagliato possibile: “Italiani campioni di internet mobile“.

Un bel titolo eh, per carità. Pare quasi sia ancora il 2006.

A parte i facili commenti, l’articolo in sé non è il peggiore che ha riguardato il dato in oggetto. Si dice che l’Italia ha segnato il record europeo per accesso alla Rete via mobile, che sarebbe dire via smartphone, reti satellitari o tablet. La cosa sarebbe sintomo, da una parte, di una certa voglia di innovazione del cittadino medio; e dall’altra, della carenza delle infrastrutture a rete fissa, segno a sua volta che il digital divide è ancora un ostacolo bello grosso per tutti noi.

E fin qui, niente da eccepire.

Il problema si palesa però lo si annusa nel non detto. Il non detto, che si riflette per la luce tutta positiva e speranzosa che accompagna la notizia, sarebbe la prova sottintesa del fatto che gli italiani, già internauti e sempre meno attaccati al televisore, sono sempre informati e aggiornati nonostante le ordalie a cui sono continuamente sottoposti, intelligenti e dotati di un senso critico superiore a quelli degli altri stati europei (e pure la Germania, creduta tanto grande, guarda più TV di noi). In altre parole, il non detto è che non dobbiamo temere: siamo er mejo, come al solito.

Ma questa (c’è da dirlo?) è finzione.

È finzione a cui siamo disposti a credere perché, in fondo, vogliamo crederci. A nessuno piace credere di far parte di un popolo malleabile, o retrogrado o anche in difficoltà oggettive, a meno di non voler in qualche modo distanziarsi come eccezione di quel popolo.

Saremo pure campioni di accessi al web da telefonia mobile, ma non dobbiamo dimenticare che la maggior parte degli utenti “smart” non utilizza Internet come un utente di rete fissa. In effetti, il traffico di chi accede con lo stesso aggeggio che usa per gli autoscatti è concentrato perlopiù nelle app e non nel browser, e pure tra le app in effetti sono solo alcune ad essere utilizzate. E queste applicazioni, manco a dirlo, sono le solite applicazioni social. Questo, unito alla effettiva capacità distortiva di cui sono dotati i così detti “influencer” genera una situazione di effettivo dominio del rumore. Rumore di fondo, che è proprio di pochi super-sociali i quali, spesso e volentieri, si limitano a riciclare e sbocconcellare quanto da altri (acriticamente) assimilato per poi rigurgitarlo sulla folla, certi che questa, in buonafede, si ingollerà a sua volta il già ruminato. Perché? Perché anche la folla, in questo modo, partecipa all’illusione sociale e ne trae, a suo modo, un beneficio: quello di poter stare meglio con sé stessa. Nel rumore, ogni lamento è ovattato, ogni rantolo è silenzio.

In questo modo, si finisce per credere che la realtà sia proprio come ci dicono debba essere.

Almeno io, col mio palo della luce, ero ubriaco.

Sicurezze ed altre incomprensioni

Non sono mai stato un tipo da social, io.

Da piccolo leggevo, rendetevi conto. E questo accadeva prima degli Harry Potter, dei Geronimo Stilton, all’epoca dove persino spulciare le storie mono-tavola del Topolino era schizofrenia borderline agli occhi del ragazzino tuo coetaneo che capiva solamente il linguaggio del televisore delle 14-16, sesto canale.

M’avevano affibbiato un computer, un glorioso MS-DOS, accessibile come una loggia massonica, poi sbocciato in un più amichevole Windows 95 a motore Pentium II, 32MB di RAM, scheda video a manovella e HDD da mezzo giga con preinstallato il primo DooM, a cui per forza di cose stavo appiccicato tutto il giorno (perché se non ero io, bimbo di 4 anni, a respingere le orde di demoni dall’invadere la Terra a suon di fucilate, chi lo avrebbe fatto?).

A calcio, avevo firmato un patto di non aggressione con il pallone. La porta del secondo controller della PlayStation mi faceva ribrezzo come . Ero il bimbo che aveva il GameBoy con Pokémon Giallo, ma non lo prestava in giro.

Sì insomma, il solito ragazzino stronzo quasi-nerd di quella generazione primi anni novanta che è arrivata sulla scena dell’informatica troppo tardi per godersi i tempi di Mitnick e di Gates e troppo presto per non vedere Facebook trasformarsi da un clone di NetLog a una sorta di alternativa più interessante dell’anagrafe. Non saprei bene come definirmi: all’epoca del suddetto PC a pedali passavo da “sfigato” a “l’amicissimo mio che sa i trucchi per l’invincibilità a Duke Nukem” a seconda della posizione di Giove in Saturno, ma ora pare che non sia più niente di speciale, visto che tutto il mondo ormai ha una “i” minuscola davanti.

E dunque, date queste premesse mi son detto: un Niente Di Speciale potrà pure esser un pelo più outsider di un Qualcuno, ma lo è certo di meno di un Quello Lì. In quanto Niente Di Speciale (o Nessuno, che dir si voglia) ho di conseguenza un certo diritto a dire la mia senza essere messo per questo all’asta delle carni insieme agli altri animali da macello. Cosa sacrosanta, fondamenta della civiltà occidentale, riassunta ben bene all’articolo 21 della Carta che i costituenti avevano approvato, giusto oggi, 68 anni fa, e via dicendo.

Mi son fatto Twitter. Che è meglio di Facebook, a mio parere, perché lì chi ha poco da dire ha fin troppo spazio per dirlo. Twitter è anche migliore per la sua struttura, perché permette di trasporre nel virtuale il meraviglioso rapporto umano del tu-ascolti-me-ma-io-non-ascolto-te senza mascherarlo dietro un’etichetta come “Amico” (parola sempre più abusata, e ben meno terrificante del twitteriano Follower, “seguace”, che sebbene sia la stessa terminologia che si usa per definire chi manda l’otto per mille all’ISIS sotto forma di munizioni calibro elefante, almeno non ci obbliga a dichiarare sentimenti d’amore cristiano verso quel certo compagno delle elementari che quando lo vedi scimmieggiare alle pizze di classe ti chiedi come mai Nature non ci abbia ancora scritto un paper sopra).

E disporre di una cassa di risonanza, per chi ha qualcosa di interessante da dire, nonostante il rumore di fondo, è una buona cosa. Ascoltate me, che non sono Quello Lì, e non ho preconcetti né vantaggi nel dirlo. Anzi, ascoltate me, che ero Prevenuto, che credevo Twitter fosse un fascio di disinformazione con annesso hashtag, che ero empio nello snobismo da Vecchio Informatico Infratrentenne, ma ora son redento.

Twitter è una buona cosa. Mi ha permesso di scoprire cose che non conoscevo già in una settimana che ce l’ho, specialmente in tema news. E non parlo delle notizie da termometro politico che mi hanno servito nella pasta da quando son nato, ma di notizie vere e interessanti, qualche volta persino positive e riguardanti i miei interessi.

Ci sono tre mie passioni “serie” di cui posso dire di andare fiero. La prima è il diritto, e in un Paese dove ci sono più avvocati pro-capite che cause nei Tribunali questo non dovrebbe scandalizzare nessuno. La seconda è la scrittura creativa, soprattutto fantascientifica, perché tutti abbiamo diritto ad un sogno per cui non siamo tagliati. La terza è l’informatica. L’informatica è stata per me un amore infantile riscoperto da adulto. Come tutti gli amori infantili, è fatto per il 95% di nostalgia e per il 5% di rimpianti. Rimpianti per non aver imparato a programmare, per non aver aperto un blog prima, per non aver scelto la facoltà giusta (anche se lì la mia inettitudine matematica è stata complice). Soprattutto, rimpianti per essere tornati a conoscere qualcosa con cui cogli anni si era perso il contatto non per scelta, ma per una sorta di intima e sopita necessità.

C’è stata, qualche giorno fa, una certa voce che ha iniziato a correre tra i nidi di Twitter, fino a raggiungere quello mio di piccolo utente rimpiantoso. S’è intartagliata tra i nodini di discussioni su Star Wars e tra i cinguettii impopolari su una certa signora del Ministero, e io l’ho vista depositarsi davanti a me per parlare a quelle necessità che avevo sempre avuto (come si possa vedere una voce è un mistero che terremo per un’altra volta).

Bassa poesia a parte, mi riferisco a un certo articolo del Guardian, che buona parte dei giornalisti italiani si sono certo letti soltanto nel titolo: “Is Europe really going to ban teenagers from Facebook and the internet?”

L’articolo, secondo me, è di tremendissima attualità, ma forse non per i motivi più scontati. Molti di voi, leggendone, si saranno resi conto dell’assurdo logico che sottende: l’assurdo di un’istituzione comunitaria che si pone di promuovere la libertà personale attraverso la Rete e al contempo vieta arbitrariamente l’accesso a Internet a una fetta di popolazione che ne è così fortmente legata.

Ora, quelli di voi che la pensano così, hanno ragione: è una contraddizione proporre un’agenda digitale progressista e adoperare metodi da Stato Etico, con tutte le derive paternalistiche che l’Etica fatta in casa comporta (anche se questa casa è l’Unione Europea). È una contraddizione anche abbastanza evidente, come se io vi dicessi che sul vostro blog potete pubblicarci quel che volete, a patto che non dia fastidio a nessuno. Voi tutti, bene o male, avete ragione a dare retta al vostro istinto critico, specialmente se siete iscritti all’Ordine dei Giornalisti.

Poi, però, mettete da parte il vostro Io giustiziere, e leggete l’articolo. L’avevate già fatto? Allora siete forse meglio di tutta la stampa italiana, e a quel punto probabilmente vi sarete resi conto anche che il problema è un altro: l’articolo linkato si riferisce a un disegno di legge (i giuristi europeisti mi perdoneranno per la licenza poetica), il quale deve peraltro essere votato proprio oggi, e non a una norma già esistente; non solo, ma l’oggetto specifico del progetto è solo accidentalmente il divieto all’infrasedicenne (peraltro, rimandato alla specifica iniziativa legislativa interna degli Stati membri per quanto riguarda le modalità d’attuazione, e comunque aggirabile col consenso dei genitori) di iscriversi ad un qualsiasi social che richieda la sua registrazione nominale, ma più precisamente il trattamento dei dati personali che le società proprietarie del social network di riferimento hanno intenzione di adottare. Il progetto – e l’articolo del Guardian lo riconosce fin da subito – mira a negare, salvo consenso dei tutori legali, qualsiasi possibilità a Facebook (come a ogni altro genere di realtà virtuale che lo faccia) di stipulare contratti di compravendita (perché di questo si tratta) dell’identità e delle espressioni social del minore, cosa non indifferente se si pensa che proprio in questo modo Facebook è diventato il colosso da profilazione mondiale che è or ora, e che sarà sempre di più in futuro. Non dobbiamo infatti dimenticare che la compagnia che sta dietro al nostro wall diventa proprietaria di ogni pensiero, ogni parola, ogni condivisione, ogni singola espressione di noi stessi lasciata nella cassa di risonanza del web sociale (nel contempo lasciandoci la responsabilità dei nostri illeciti, si veda il Punto 2.1 e il 15.2 delle Condizioni d’Uso di Facebook). Lasciare una simile responsabilità al minore, che magari la adotterebbe senza troppa cognizione per poi pentirsene, è cosa che sembrerà di poco conto oggi, ma non lo sarà tra 10-20 anni, quando le nostre informazioni saranno considerate in ben altra maniera.

Domandiamoci, ad esempio, perché non dovremmo farci versare un compenso (magari sotto forma di royalties) per le informazioni personali o per i contenuti messi a disposizione del sito per il suo completo sfruttamento? Si potrebbe dire che a Facebook non interessi come ci chiamiamo, ma magari a qualche compagnia commerciale potrebbe. Si potrebbe dire che a Zuckerberg non interessi cosa abbiamo mangiato oggi a pranzo, ma a qualcuno dei nostri amici potrebbe interessare, e Zuckerberg non può che essere felice se le nostre scelte culinarie lo aiutano a raccattare più utenti o accessi per poi usarli come leva per ricavi pubblicitari.

Eppure, il nocciolo degli articoli italiani che ho potuto esaminare in materia si è concentrato su due temi soltanto: la libertà d’espressione e la facile aggirabilità di una norma del genere, cosa sempre e comunque infarcita da commenti cinici sulla “stupidità” e “vacuità” di un intervento del genere.

E il bello sapete qual è? Nemmeno in questo caso si è parlato in modo costruttivo, o quantomeno originale. Si è detto che il diritto a esprimersi dovrebbe essere inviolabile, ma nulla si è speso esaminare il contesto in cui questo intervento si cala, e che è quello di un villaggio virtuale scarno di tutele e normative precise, che rischia di diventare sempre più una giungla proprio ora che dovremmo preparare a viverci, e nel quale la parola sarebbe inviolabilissima, certo, ma anche del tutto irrilevante, perché facilmente strumentalizzabile. Si è parlato del semplice espediente di dichiarare un’età diversa da quella reale per potersi registrare, ma non si è osservato che in molti stati questo può significare commettere reato e certamente in tutti significa predisporre un contratto annullabile (da noi, in cinque anni dalla conclusione). Non si è nemmeno osservato la possibile lettura che Facebook potrebbe fare dell’art.1426cc, e dichiarare che il minore raggirante la dichiarazione d’età non possa annullare il contratto una volta scoperto: la cosa, ora come ora, non sarebbe possibile, ma lo diverrebbe se Facebook adottasse un sistema di registrazione vagamente più complesso di quello attuale.

Il tutto, mentre in gioco ci sono milioni di utenti, già registrati e che si registreranno. Figuratevi ciascuno di essi come un articolo di consumo con un cartellino del prezzo da vendere alle società che vogliono mostrare le proprie pubblicità. Magari il prezzo al dettaglio di ogni singola unità sarà irrisorio, ma tutte insieme fanno numero, esattamente come una qualsiasi valanga è formata da tanti fiocchi di neve.

Tutte queste sono conclusioni niente affatto ovvie, che necessitano di un osservatore qualificato, per essere notate: il normale lettore, che magari ha lavorato tutto il giorno e ha cinque minuti per leggere qualcosa (e solo per rilassarsi), non ha colpa se non le coglie. Questo, anche e soprattutto perché dovrebbe essere compito del giornalista, intermediario suo necessario, filtrare i contenuti essenziali e proprorglieli in modo che lui ne tragga subito il succo. Il Guardian l’ha fatto, e il Guardian non a caso è un giornale rispettabilissimo.

Poi guardo allo scenario nostrano. E mi chiedo: ne vale la pena? Dico, discuterne in modo così superficiale. Lasciare che uno spunto di discussione così interessante se ne vada perduto nella necessità di lasciare tutto il più semplice possibile, così che chiunque possa sentirsi abbastanza preparato da poterne sparlottare. E questa è una domanda che rivolgo a tutti, compresi i blogger di professione che ne hanno parlato. Non sarebbe meglio per tutti? O forse è davvero così importante quel tweet indignato in più, quel reply stizzito che ne attira altri, quel copiare a mani basse da contenuti altrui, senza pensare?

Forse sono troppo drastico, ed esagero: magari gli articoli sono stati scritti in buonafede. Certo, può darsi. Ma può darsi anche di no.

Ancora una volta, il mondo avanza sotto al nostro naso, e noi stiamo a guardare, certi di aver capito, ma senza aver capito un’acca.