Ozio, innovazione e forni doppiogiochisti

Vorrei subito specificare che sono un ragazzo.

Ragazzo nel senso di maschio, peneportante, ics-ipsilon che dir si voglia: ragazzo nel senso di esponente del sesso che tradizionalmente passa la maggior parte del suo tempo a farsi fare da mangiare, più che a farselo da sé.

Eppure, sono tremendamente affascinato dai fornelli. Non tanto dal fatto che – mi dicono – possano essere usati per dare fuoco alle cose, sia chiaro: su questo ho già dato, e a buona memoria di quello che è successo l’interdizione al gas è al momento stata estesa ad ogni genere di bocca da fuoco, sicché sono per ora relegato dai Poteri Che Sono al meraviglioso (sebbene creativamente poco stimolante) mondo del microonde. Non mi affascinano, i fornelli, nemmeno nel modo più intuitivo in cui potrebbero farlo, cioè nella loro tipica funzione di successore moderno del focolare primitivo: sebbene l’idea di convivio e intimità che la cucina suggerisce spinga il grosso dei miei conterranei a investire in cappe, pentole e pasti più che nel resto della propria casa, e sebbene ritenga che la cosa possa essere in parte sovrapposta col senso che amo attribuirle io, è un altro il significato che cerco.

No no, della cucina mi affascina proprio l’idea. Il possibile della cucina in quanto cucina, e cioè in quanto complesso di mobilio dedicato, tavola e piano cottura, posizione delle sedie e della caffettiera, teoria e pratica della disposizione del forno e del frigo, metodica della ricollocazione del piattame, feng-shui del televisore e del capofamiglia, con annessi membri cadetti che ne sopportano i gusti catodico-mangerecci.

Date queste premesse, il povero lettore può solo immaginare il fervoroso esaurimento psichico che mi pervade di conseguenza ogni volta che mi capita di sfogliare un catalogo di cucine hi-tech. Se ha un background medico, potrà forse anche diagnosticare la sincope (e nel caso, lo pregherei di resistere all’impulso di farmi ricoverare) che notizie di invenzioni come il (revampato, a dire il vero) frigorifero smart possono indurmi, specialmente se unite alla decisione del già menzionato capofamiglia di ristrutturare proprio la stanza dove andrei a collocarlo, idee bizzarre a parte.

Puri neurodeliri. Neurodeliri miei e di chi mi sta intorno. Non li biasimo: è dura sopportarmi già solo quando parlo dei miei interessi più umanamente tollerabili, ma quando mi capita di dilungarmi in ore di discorsi sconclusionati su come adottare un bollitore wi-fi al posto del nostro farebbe risparmiare venti euro all’anno (nonostante non ci sia nessun bollitore da sostituire), rasento – sans iperbole – la tortura cinese.

Ma non posso farne a meno. E il perché, a dispetto di quello che potrebbe sembrare, è legato a un riflesso naturale, a un modo di essere dell’umano e della sua storia come specie, e come specie intelligente in particolare. Il bisogno cui mi riferisco è quello di adattare lo spazio alla persona, in modo che questa stessa ne risulti in un rapporto di dominio e controllo il più intensivo possibile. Il controllo sull’ambiente non è una novità che dovrei essere io a svelarvi: se abbiamo deciso che possono esistere delle strade, ossia dei percorsi definiti in un mondo che si estende infinito (sia in termini di spazio che di definizione), e su quelle strade abbiamo basato la nostra vita, allora non dovremmo trovare per nulla strano nemmeno voler decidere che esiste un luogo per ogni cosa (con buona pace per chi si ostina a mangiare a letto o sul water), né dovremmo meravigliarci se la tecnologia cerca di creare uno standard in cui quel controllo risulta profittevole.

È quello che ultimamente, in tema innovazione, ha oramai assunto l’appellativo di Internet of things e che dentro le mura di casa si traduce come il più ozioso degli influssi che la tecnologia può esercitare: la domotica.

Uso il termine “ozioso”, in questo caso, in un’accezione del tutto positiva.

Vada pure che “l’ozio è il padre dei vizi“, come amava dire il parroco e, sarcasticamente, mio nonno, che invece lavorava nei cantieri. Ma l’ozio, e qui balugina la silhouette della mia professoressa di italiano, è la condizione minima entro cui l’uomo esercita la sua creatività. Non mi serve nemmeno allontanarmi dal pretesco adagio, per dimostrarvelo. Come sapete bene, i vizi sono molti più di quelli che il lettore di blog medio riesca a immaginare. Se l’ozio ne è il padre, ne è logica conseguenza che l’ozio stesso si è dato molto da fare, per concepirli tutti. L’ozio, allora, è fonte di innumerevoli vicende umane e, oserei dire, della maggior parte dei piaceri che a quelle sono associati. Se fosse vero che l’ozio è cosa da cui sempre e comunque è necessario rifuggere, ne verrebbe una condizione di complessiva ipocrisia difficilmente mascherabile: se il pensiero ci turbasse veramente, dovremmo arrossire ogniqualvolta ci capiti di usare l’automobile per andare dal punto A al punto B, perché potevamo andarci con le nostre proprie gambe; dovremmo strapparci i capelli ad ogni acquisto, perché avremmo potuto adoperarci per produrre quel bene per conto nostro; soprattutto, dovremmo vergognarci del tempo sprecato in hobby, vacanze e ferie, a patto che tali attività non si risolvano in una propaggine del lavoro o nel riposo necessario a rimetterci in forza per affrontarlo. E qui, vi sarete accorti, si trova il discrimine vero tra il concetto di ozio e di mero riposo: l’uno è fine a se stesso, l’altro è fine ad altro, cioè al lavoro. Si riposa in vista di una fatica futura che non possiamo evitare, ma si ozia solo per il piacere di oziare, ossia per il piacere di intrattenere noi stessi.

Rientrano dunque nella categoria dell’ozio tutte le applicazioni della tecnologia al nostro vivere quotidiano, e lo fanno in più modi: non solo ci permettono di accrescere la nostra oziosità, dandoci più tempo libero (ovvero più risorse) da sprecare come vogliamo, ma ci parlano, ci raccontano cose e ci riempiono le giornate in quanto dichiarazione d’amore all’ozio e alle sue possibilità.

Quando vedo una stanza vuota, il mio primo pensiero è: cosa metterò in questa stanza perché la mia vita ne esca migliore? Questa è domotica ed è, come detto, non una comodità nel senso di “superfluo, lusso, capriccio”, ma comodità nel senso di “naturale ricerca del miglioramento”, cui non possiamo seriamente proporci di scampare.

È allora una nota assai positiva che proprio su questo si sia scelto di investire. Lo hanno fatto le università, formando persone che, a loro volta, hanno dato vita a progetti innovativi, lo ha fatto il governo, proponendo la possibilità al cittadino di detrarre il grosso delle spese di adeguamento, lo ha fatto, soprattutto, il cittadino stesso, che è naturalmente approdato proprio a queste naturali migliorie.

Di mio, apprezzo. E lo faccio pur sapendo che la domotica, come tutte le cose, presenta anche i suoi lati negativi. Lati che sono inevitabili come l’insieme di tecnologie a cui sono legati, e che non vale la pena ignorare, perché certo chi ne abusa non li ignorerà. Parliamo ad esempio alla possibile interazione di un concetto come i Big Data con, ad esempio, la lettura automatica dei prodotti inseriti nel vano frigo (con, magari, possibilità di condividere immediatamente la rilevazione sui social). Cosa da poco? Certamente no, perché quei dati saranno usati per far sapere a chi si troverà a maneggiarli cosa proporvi, nel bene e nel male.

A titolo d’esempio, provate ora a immaginare che quello stesso frigo si occupi anche di suggerirvi cosa acquistare. E che magari lo faccia proponendovelo al volo, con una lista già fatta, che dovrete solamente approvare per vedervi recapitato direttamente a casa tutto il necessario, scontato e con spedizione gratuita.

Favoloso.

Certo, se il frigo fosse effettivamente imparziale. Come per gli ads sui siti, anche i suoi “suggerimenti” potrebbero nascondere un intento ulteriore a quello di “consigliarvi ciò che è meglio per voi”. Lo stesso principio può essere replicato anche in altri luoghi della casa: un impianto luce-gas domotizzato abbatterà i vostri consumi alla radice, ma allo stesso tempo potrebbe informare chicchessia su quali elettrodomestici state usando e quando e quanto li usate, determinando così le vostre abitudini quotidiane e, magari, quando non siete in casa; un sistema di videosorveglianza smart sarà accessibile ovunque e comunque, anche se siete a miglia e miglia di distanza, ma potrebbe essere sfruttato impropriamente per sbirciare nella vostra intimità; un’auto senza guidatore vi porterà dappertutto velocemente e senza incidenti, ma potrebbe “preferire” stazioni di rifornimento mirate o potrebbe comunicare i vostri spostamenti allo stesso sistema che si occupa di direzionarla.

C’è da andare al contempo in estasi e in paranoia, con ripercussioni sociali, legali ed economiche tutt’altro che trascurabili. Non è per niente improbabile che in futuro, per dirne una, una legge possa proibire al vostro forno di far sapere a qualcuno quello che avete cucinato ieri sera. A dire una cosa del genere qualche anno fa vi avrebbero dato per pazzi e invece, oggi, inizia a sembrare tutto fuorché irragionevole ordinare a un forno… Beh, di “chiudere quel forno”. Se poi ordineranno anche la frigo di smetterla con le battute da quattro soldi, sarà solo questione di aspettare che i meccanismi della politica facciano il loro corso.

Come sempre, è ancora presto per poterlo sapere. Io, nel frattempo, penso che starò attento a non dire niente di importante al mio fornello.

Chi sa fare, fa. Chi non sa fare, compra.

Andiamo subito al punto: stampanti 3D.

Stampanti 3D user-friendly. Stampanti 3D da casa.

Bello, eh?

Se avessi esordito così cinque anni fa, probabilmente avrei anche dovuto spiegarvi di cosa stavo parlando. E invece, siamo nel 2016: l’anno della definitiva messa in commercio dell’Oculus Rift, della verbosità ciceroniana in Twitter,  l’anno che forse segnerà un punto di svolta importante per le auto senza pilota, l’anno che ha talmente tanto da offrirci che ha deciso di presentarsi bisestile e con ponti a non finire, per meglio accomodare tutte le nostre esigenze di esplorazione tecnologica.

Sì, insomma, non ve lo devo dire io cos’è una stampante 3D, anche perché avrei ben poco da dirvi (“eh, la attacchi al PC e stampi le cose… ma tipo che te metti il coso e la macchina fa fzfzfzfzfz con i fili e ti esce la roba, no?”). È la prossima grande innovazione. La prossima grande rivoluzione digitale in campo domestico, e tutto il resto.

Lo sappiamo, lo sappiamo già.

Quello che ho da dire, invece, riguarda un punto che non si tende molto a discutere, quando si parla di printing 3D fatto in casa. Un punto che è il principale, anche se forse non l’unico, ostacolo alla diffusione capillare di questa tecnologia.

Mi rivolgo a chi fra voi ha un minimo di intelligenza, mettendoci dentro – perché no? – anche quelli laureati in legge (lo so che ci siete, voialtri poveri diavoli: ormai il wi-fi lo si prende anche da sotto i ponti). Chi, non sapendo distinguere l’acceleratore dal freno, si appresta a condurre un autoveicolo, quanto impiegherà per tramutare la propria avventura a quattro ruote in una sorta di replica in chiave grottesca delle mie sessioni ludico-terapeutiche di GTA-con-carro-armato-contromano?

Sarete d’accordo con me che il soggetto in questione dovrebbe essere lasciato il più lontano possibile da qualsiasi automobile non custodita fino a quando non potrà almeno scroccare una patente a qualche scuola, ché almeno sul rapporto della Polizia Stradale gli si possa almeno marchiare a fuoco una bella responsabilità a titolo di dolo.

C’è poco da fare: nel peggiore dei casi, lo spatentato automunito sarà un pazzo ansiosio di far danni; nel migliore, non avrà desiderio di guidare alcunché, e la sua macchina (con tutte le possibilità e potenzialità che ha) sarà lasciata ad ammuffire nel garage, come fosse una sorta di articolo da esposizione.

Con le stampanti 3D, è la stessa cosa. Cioè… più o meno. Insomma, sì, non sto dicendo (giuristi, vi richiamo all’ordine) che ciascun possessore di stampante 3D dovrebbe o dovrà munirsi di una sorta di abilitazione a farne uso. Non vogliamo dare all’analogia troppo credito, vero?

Il punto è che chi guida, dovrebbe saper guidare. Le stampanti 3D sono le principali candidate a diventare la prossima grande novità tecnologica, ora che persino smartphone e tablet stanno cominciando a passare da tal grado a necessità di tutti i giorni. Il problema è che, dove per usare uno smartphone non occorreva altro che saper navigare o telefonare, veramente poco del printing in tre dimensioni può essere approcciato in moto intuitivo dall’utente medio.

Lo standard probabile dei prossimi anni resta, a mio giudizio, abbastanza mal formato. Resta implicita, nella grande discussione della stampa in 3D, la questione secondo la quale sarà giocoforza che tale demografia sia relegata alla mera possibilità di scegliere tra i progetti di catalogo (gratuito o meno) cosa intende replicare con la propria attrezzatura da camera. Il problema è che, a questo punto, dovremmo anche inserirci in un’ottica radicalmente diversa rispetto a quella con cui siamo abituati con la cosa più vicina alla 3D-printer, ossia la cara vecchia stampante da tavolo.

Sì, avete presente? Quella che in questo momento se ne starà a meno di due metri da voi, a usare cartamoneta ed estratto di diamanti come inchiostro.

Quando si utilizza una stampante 2D, non esistono vere e proprie limitazioni: i software che ne fanno uso fanno parte della conoscenza IT standard. Se state leggendo questa pagina, probabilmente sarete in grado di utilizzare un elaboratore di testi, o di ordinare a un programma qualsiasi di inviare il file alla stampante perché possa imprimerli sulla carta. Non è però affatto scontato che siate anche in grado di fare lo stesso con un oggetto 3D.

Tanto si è parlato dei benefici che la stampa 3D porterà nelle nostre abitazioni. Si è detto che un esemplare fatto in casa di questa splendida macchina potrebbe portare risparmi dai 300 ai 2000 $ per famiglia, ove questa si limitasse alla realizzazione di solo una ventina di oggetti di uso comune nell’arco di un anno. Ciò che si è omesso di dire, però, è che quella famiglia molto probabilmente non sarà in grado di produrre ciò di cui avrebbe bisogno.

Provate. Dotatevi di un qualsiasi programma di modeling e progettate una comune vite per fissare. Non ne siete in grado? Allora forse non siete nemmeno in grado di replicare le centinaia di belle idee che potrebbero assillare i vostri sogni bagnati in 3D.

Sì, perché artigiani digitali non si nasce. Nemmeno se si è nati con un pad in mano.

Verrò al punto: a mio parere, ciò che più di tutto impedisce a questa tecnologia di raggiungere il suo punto critico, ed iniziare una vera e propria rivoluzione manifatturiera, è la mancanza di una cultura CAD domestica.

Metterò anche le mani avanti, e vi dirò che il punto sulla “rivoluzione manifatturiera” non è casuale, né gratuito. È ben possibile che il 3D-printing raggiunga la massa critica senza passare solo ed esclusivamente per le mani dei tecnici. Anzi, è molto probabile che sarà proprio così: si arriverà necessariamente ad un punto in cui il costo a singola unità sarà sufficiente contenuto e i database che raccolgono le creazioni dei pochi utenti in grado di usare un software di modeling abbastanza popolati da interessare anche i membri più laici della comunità digitale. È anche ben possibile che qualche startup inizi a uscire dalla scena dei FabLab per proporsi come interlocutore commerciale, e che inizi a proporre cataloghi di progetti “ad alta qualità” per chi vogli acquistarne la licenza (e, chissà, magari l’Italia su questo sarà all’avanguardia, risultando seconda al mondo per nuove aziende che si occupano proprio di questo).

Certo, tutto questo è possibile e anche probabile, ma da qui a dire che sarà l’alba di una nuova era, è tutta un’altro paio di maniche. Ciò che è certo è che la tecnologia verrà a creare una nuova classe di lavoratori: gli artigiani digitali di cui parlavo poco più su. Ma questo non significa che la nostra vita cambierà poi di molto.

La stampante 3D, a ben vedere, incide più che altro sulla disponibilità di un bene: se lo voglio, e ne dispongo in formato digitale, posso replicarlo nella vita reale. Questa è una grande notizia, specialmente per chi ha necessità di pezzi molto particolari, o ha una piccola necessità per cui ritiene sia più saggio produrre l’oggetto in casa, piuttosto che spendere tempo e denaro (e carburante, con danni per l’ambiente) solo per acquistare quella cosuccia. Senza dubbio questo dovrebbe abbattere i cosi, sia materiali che umani.

Certo, se i progetti venissero effettivamente diffusi a basso costo.

Ma la verità è ben altra: quando un servizio è appannaggio di pochi, di solito quei pochi fanno il possibile per trarne profitto. Beninteso, non è un male. Anzi, è il pilastro su cui poggia ogni civiltà stanziale che sia mai esistita. La specializzazione del lavoro non è una novità, e chiunque di noi ne dipende, almeno in minima misura. È giusto che chi di quella capacità specializzata dispone, possa farne uso e trarne frutti. Per riprendere una metafora artigianale: così come una pialla non vale niente nelle mani di chi non è falegname, ma acquista immense potenzialità nelle sue, di mani, allo stesso modo una stampante 3D varrà davvero solo se messa nelle mani di chi la sa usare. E tutti gli altri, se vorranno partecipare a quel valore, dovranno pagare.

Non dovremo stupirci, allora, se per naturale conseguenza di questa logica ogni compagnia che distribuisca stampanti 3D si doterà di un servizio proprietario. Un Apple o Play Store di progetti 3D, in luogo che di app. Un marketplace dedicato assolutamente regolamentato dalla compagnia, non negoziabile, necessario. Naturalmente, con tutti i progetti interessanti a pagamento.

In altre parole: spero siate pronti a sborsare un centone per una licenza perpetua per stampare viti a stella.

No? Allora avete appena acquistato un apparecchio che non stampa pezzi di plastica, e che dunque… beh, che dunque è a tutti gli effetti nient’altro che un pezzo di plastica.

Forse sono troppo intrigato dai futuri distopici, ma fidatevi di me: il mercato vede sempre dove il mercato può inserirsi. Ed è proprio per questo che urge educare la prossima generazione al CAD.

Non sto cercando di imporre una sorta di apprendistato artigianale in salsa contemporanea, attenti. Il grande vantaggio dei programmi di modeling, rispetto agli utensili del fabbro, del falegname o di qualunque altro esperto in arti, è proprio che si tratta di software. E cioè, possono essere fruiti direttamente su un PC, in un mondo in cui ogni casa (o quasi) è dotata di un PC. Perché, diciamolo, insegnare a un ragazzo a usare un tornio può tornargli utile solo se il suo mestiere impone l’uso del tornio. Non così per un software CAD. Ora, improvvisamente, la conoscenza diventa utile, ed utile per un orizzonte non meramente professionale, ma anche personale.

Ed è questa, la grande rivoluzione che dovremmo andare a cercare: la tecnologia che cambia le nostre abitudini non perché imposta dalle circostanze, ma perché strumento direttamente approcciato dall’utente come mezzo per esprimersi ed innovare, sperimentare e rendersi autonomi, anche se in un orizzonte solamente domestico.

Potrebbe sembrare troppo, ma in realtà le possibilità ci sono tutte. Le ore dedicate all’informatica nelle scuole, ora che le nuove generazioni hanno già un’infarinatura delle basi dell’informatica, potrebbero essere dedicate ad argomenti diversi. Pacchetto Office e Copia-Incolla lasciamoli alle scuole elementari: passata una certa età, gli insegnanti potrebbero dedicarsi ad altre cose più interessanti. Da questo punto di vista, il CAD è solo una delle possibilità: si può naturalmente insegnare le basi dei linguaggi informatici più diffusi (C, magari, e non solo Basic o Pascal), ma anche il diritto informatico, elementi di educazione civica informatica, programmi di fotoritocco e editing video, ecc… Alcune di queste cose potrebbero essere persino mescolate con altre materie, senza che la cosa sia di danno alla materia stessa (si pensi alla programmazione con la matematica, o lo stesso CAD con le materie artistiche e tecniche).

Tutto ciò non è velleità. Non è solo propinare una scuola falsamente moderna. È anzi dare alle persone gli strumenti per elevarsi, per affrontare l’inevitabile futuro e forse, chissà, anche per trovarsi un’occupazione.

E scusate se è poco.