Lettori e altri miti

Se mi state leggendo, sappiate che siete parte di un media di morti viventi. Siete a tutti gli effetti un articolo di folklore digitale che s’avvia a diventare leggenda o mito contemporaneo. Se resterà qualcosa di voi, sarà giusto una favoletta o due: sarete l’Uomo Nero che infesta il sottoletto, e sarete l’Orco cattivo che mangia i bambini nel suo castello. Siete già adesso qualcosa di meno di un pettegolezzo, ma già più di una curiosità. Siete, se dovessi trovare un buon termine di paragone, una razza in via d’estinzione.

Non abbastanza in pericolo da finire sul logo di qualche caritatevole compagnia di filantropi, a dire la verità, ma già un po’ fate tenerezza a tutti. Le campagne di promozione e salvaguardia per voi le si organizzano già. Mettetevi il cuore in pace se non si è ancora parlato di riconoscere per legge il “diritto dei lettori”: come è accaduto per gli animali, verrà anche il vostro tempo (e, in tutta franchezza, confortatevi che non siete ancora stati trasportati dall’immaginario collettivo al livello delle vacche e delle scimmie, anche se parte del mondo dell’editoria già adesso non si distingue un granché dagli animali da cortile).

Non cercate di negare la vostra natura di cariatide tassonomica, mi raccomando. Vi servirebbe a poco: le statistiche parlano chiaro e voi non potete certo correre così veloce da seminare una statistica. No no, le statistiche hanno naso, fin troppo naso. Datevi un’annusata: non lo sentite l’odore di cartapecora frammisto a sentori di WWF? Ecco, la statistica lo sente. Mettetevi il cuore in pace.

So come ci si sente. Anche io ero come voi. Un lettore. Ho cominciato che avevo credo un quattordici anni o suppergiù. Dico, a leggere con passione. Prima non mi importava: il grosso di quanto mi capitava di leggere veniva dalla piccola biblioteca che la nostra maestra aveva allestito alle scuole elementari, e quindi potrete immaginare il livello di interesse che tale selezione poteva destarmi. Finito Dahl, Rodari e Pitzorno, il resto era fuffa. Poi vabbè, c’era anche l’occasionale Melville in edizione integrale, ma voi capirete che ben poco possono fare le illustrazioni e la traduzione di un certo signor Pavese contro milleduecento pagine di trattato sulle balene. Quindi, ecco, non ho letto davvero fino a molto più tardi. La ragione? Semplicemente, non mi andava. Nulla di quello che mi era proposto era sufficientemente interessante, e nessuno mi poteva dire che stavo guardando nel posto sbagliato.

C’è molto in questa frase, molto più di quel che sembra.

Primo, conferma con un aneddoto quello che alcuni ricercatori temono da tempo, ossia che chi vive in un ambiente di non-lettori, difficilmente si sottrae a tale condizionamento. Se nel vostro casolare chi porta i pantaloni ha scelto come focolare lo schermo del televisore, occorrerà rassegnarsi a scegliere: o fare lui compagnia, o starseme in un cantuccio da soli, al freddo. Poco importa se il capofamiglia lavori effettivamente 12 ore al giorno o se sia solamente abbonato al calcio in prima serata: quello che il capo vuole, gli altri fanno; quello che al capo piace, piace a tutti. Un tempo sottrarsi a questo meccanismo significava passare la notte coi lupi. Vi piace stare coi lupi? Beh, solo i lupi van coi lupi! Siete stati avvisati.

Secondo, niente di quello che avevo a mia disposizione era abbastanza intrigante. Era ancora l’epoca in cui Internet non era lì per illuminarmi sulle ultime novità della letteratura. Tutto quello che avevo a disposizione era una biblioteca comunale, di un comune anche abbastanza piccolo di cui io costituivo comunque la periferia e certo non la demografia di riferimento. C’era un bancone coi LibriGame. Vi lascio immaginare il resto.

Infine, avevo di meglio da fare. Avevo un computer, per la miseria. Con i videogiochi! Potevo sparare ad orde di demoni su Marte, navigare per i mari su un vascello pirata, comandare eserciti dai Secoli Bui fino alla scoperta della polvere da sparo. Avevo anche una PlayStation, un abbonamento a Topolino e, dal 2000qualcosa, Internet. Chi aveva il tempo per leggere? Sul serio.

Sempre più spesso si discute sul perché si legga di meno. Ciascuno di queste tre variabili è stata discussa e ha il suo peso.

Ora, i primi due punti sono qualcosa di consistente, anche se solo uno dei due è veramente un sintomo di scarsa attenzione al mondo dei lettori: non si può veramente andare a fare i conti con ogni padre o madre di famiglia per costringerlo/a a introdurre nel proprio domicilio un’espressione di una cultura che non gli appartiene, per scelta, mancanza di tempo, necessità o disinteresse. Si può agire direttamente sui giovani (come appunto è stato fatto) per invogliarli a prendere l’abitudine loro stessi, fare sconti fiscali alle librerie, pubblicizzare e rivisitare titoli degni di essere letti (siano essi novità o grandi classici), questo sì.

Il terzo punto, al contrario, non è una cosa seria. Eppure, è proprio quello che fa la differenza. Una giornata ha solo 24 ore, 7-8 delle quali non siamo nemmeno in giro. Delle 16-17 ore rimanenti, 8 se ne vanno per lavoro e un paio si perdono ai pasti. Restano 6-7 ore, che mi sentirei di arrotondare a 5 o anche meno, contando tutte le altre necessità improrogabili della giornata (lavarsi, andare in bagno, spostarsi, pulire stanze e indumenti e rassettare). Queste quasi-cinque ore non sono concentrate in un unico filone consistente, ma dipanate nell’arco di tutta la giornata, giornata in cui magari gradireste accendere il tablet qualche secondo, rispondere a mail e telefonate, guardare questo o quel film, magari accendere quella stessa PlayStation 4 per cui avete speso mezzo migliaio di euro. Ammesso che vi resti qualcosa per leggere, sarà si e no un’oretta. Forse di più, rinunciando ai vostri altri interessi. Ora, avete intenzione di leggere tutti i libri del Trono di Spade? Preventivatevi almeno 3-4 mesi, se vi sentite ottimisti. Siete pazzi abbastanza da leggere tutta La Torre Nera o la saga di Dune? Meglio che chiedate qualche libera uscita al vostro datore di lavoro. Magari il piccolo classicista in voi vi ha spinto ad acquistare uno di quei Mammuth con le pagine formato Bibbia, sottili come l’anima di un angelo? Sapete, i monasteri tibetani non sono ancora del tutto pieni.

Spesso ho letto della generazione corrente come della “generazione dei cattivi lettori” o anche come della “generazione di chi tanto scrive, ma poco legge”. Penso che sia un’affermazione tremendamente arrogante, come se in qualche modo i lettori di oggi fossero tutti vanesi e deliberatamente autoreferenziali.

Indubbiamente, esistono anche lettori così. Ma allora mal si spiegherebbe la presenza dell'”alta cultura” (e non dei barzellettari calcistici) tra le classifiche dei best seller.

In verità, la generazione corrente non ha scelto di leggere meno. È il mondo intorno a lei che l’ha costretta.

Beninteso, non parlo affatto del segmento di popolazione che tende a relegare i libri nel mobiletto a fianco del water (perché tanto carta è carta), che comunque non leggerebbe, ma proprio di chi, magari scoprendo la lettura fuori dal bollettino da scuola dell’obbligo, vorrebbe approfondire un po’ qualche suo interesse particolare o anche solo evadere. Quelle persone hanno altro da fare. E fare altro è un loro sacrosanto diritto, senza sentirsi dire che dovrebbero dedicare il loro tempo libero a qualcosa che magari non le intriga così tanto.

Perché vedete, leggere non è un obbligo. È una cosa che si fa per puro intrattenimento, o per desiderio personale di elevazione culturale. Come, del resto, si potrebbe dire per qualsiasi cosa che abbia a che vedere con il prodotto dell’ingegno umano, sia esso goduto attraverso le pagine di un libro, una tela, un impianto stereo, un cinema o una console per videogiochi. È un media, e come tutti i media ha le sue particolarità e i suoi tempi, i suoi target e il suo uso.

Spero di non turbare l’esistenza di nessuno rivelando che non tutti i libri sono meritevoli. Dirò di più: nemmeno la lettura in sé, è meritevole. Non si dice che guardare “Natale a Predappio” sia un traguardo intellettuale in quanto rende partecipe lo spettatore al media. Perché così dovrebbe essere per chi legge un qualsiasi rigo di testo? Non a caso, esistono le recensioni di libri come esistono quelle dei film. Esistono i libri fatti per essere consumati in un pomeriggio di noia, quelli che devono essere centellinati nel tempo e goduti con studio cenobitico, quelli che servono a imparare e quelli che servono a dimenticare.

Il problema, però, è ancora una volta questo: il tempo.

Ecco dunque che la soluzione diventa più banale di quello che si vorrebbe fosse: un film si esaurisce in una serata, un libro che racconti la stessa storia necessiterà di più tempo. Non solo, ma il film è spesso un evento, cui si va in compagnia; un libro richiede invece una certa dose di solinga ritrosìa ed egotismo (essendosi ormai perduta l’abitudine di leggere ad alta voce). Il libro, che non è proprio una sveltina, ma l’espressione cartacea di una relazione naturalmente duratura ed esclusiva, non ammette altri interessi. Il libro, in quanto tale, è assolutamente contro ogni pluralismo, a meno che non si rientri in una di quelle fasce di lettori che (guardacaso) hanno maggior tempo da riempire: giovani e studenti, o pensionati, o vacanzieri nel loro tempo di relax. Il libro è, in altre parole, un media che succhia più tempo di quanto ci possiamo permettere. Si legge di meno, ma le nostre vite non sono mai state così piene, ed è naturale che si decida di ridimensionare lo spazio dedicato alla lettura.

Che, mi raccomando, non significa che il libro (almeno nella sua essenza di testo) sia destinato a morire come veicolo di idee.

Come il sabato sera di follie non uccide il desiderio di metter su famiglia, nessun media alternativo ucciderà mai la lettura. Né avrebbe senso pensarla così. Non si passa una notte di bagordi con lo stesso spirito con cui si prende moglie, o almeno non si dovrebbe. L’una e l’altra cosa rispondono a bisogni diversi. Bisogni di cui non ci libereremo mai del tutto, perché siamo esseri umani. Al massimo, si leggerà da un tablet e non da un supporto cartaceo, ma anche su questo restano forti dubbi.

Sarebbe quindi ora di smetterla di guardare alla quantità di pagine lette e di dedicarci solamente (e solamente) alla qualità della lettura, sulla promozione del bello scrivere e sui modi in cui gli editori possano acconsentire a tale processo capillare senza finire col pubblicare solo un libro all’anno.

Ma questa è un’altra storia.

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